Copertina 7

Info

Anno di uscita:2006
Durata:57 min.
Etichetta:MTM
Distribuzione:Frontiers

Tracklist

  1. INTRO
  2. KINGS OF HOLLYWOOD
  3. ANOTHER NAIL
  4. STATE OF GRACE
  5. MALICE IN WONDERLAND
  6. GRENADE
  7. SHOW ME THE WAY
  8. SIGHT UNSEEN
  9. UP THAT HILL
  10. SURREAL
  11. FLINCH
  12. THY WILL BE DONE
  13. KILLER GRIN
  14. IF THE WORLD COULD BE MINE
  15. ALWAYS TOMORROW
  16. HOPE & PRAY (BALLAD OF KING DAVID)
  17. MAKE BELIEVE
  18. OUTRO

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Caspita! "Liberty n' justice" ... un nome che nella versione tradotta in italiano sembrerebbe più adatto ad un populista schieramento politico che non ad un gruppo musicale e che, nell'eventualità in cui una band delle nostre parti decidesse di adottare come proprio, utilizzando appunto l'idioma nazionale, gli garantirebbe presumibilmente un certo numero di critiche (anche giustificate) di facile demagogia.
Ma si sa, nel mondo del rock, in inglese ogni cosa "suona" (?!?) credibile e tutto sommato pure una denominazione impegnativa come questa ci può stare, soprattutto se pensiamo che stiamo parlando di una formazione americana dedita liricamente alla cosiddetta ala "cristiana" dell'hard 'n' heavy.
Con "Soundtrack of a soul", i nostri aggiungono un altro tassello alla loro discretamente considerevole discografia (devo ammetterlo, dal sottoscritto completamente ignorata), iniziata nel 1992 con un disco dal singolare titolo "Armed with the cross" (a proposito di quanto affermato in precedenza, provate ad immaginare come esso risulterebbe nella "lingua di Dante" e che tipo di commenti potrebbe alimentare!) e consolidano la loro fama di "all star Christian rock project", conquistata con il precedente "Welcome to the revolution", grazie, anche questa volta, ad un'impressionante presenza di ospiti e collaboratori, che supportano abilmente i due membri fondatori del combo, Justin Murr e Patrick Marchand.
Sebastian Bach, Russell Arcara, Oni Logan, Leif Garrett, Tony Harnell, Mark Slaughter, Stephen Pearcy e Ted Poley, sono, infatti, solo alcuni dei protagonisti del lavoro in questione, a configurare senza ombra di dubbio, le stigmate dell'ormai non più sorprendente soluzione del "supergruppo".
L'ambito stilistico è quello dell'hard rock ad ampio spettro, dalle tinte ora adulte, altre volte vagamente "poppeggianti", altre ancora dalle palesi velleità "moderniste", ma ci sono forse un po' troppe discontinuità tra i vari brani, anche oltre quanto sia lecito attendersi da progetti con una tale profusione di celebrità in continuo turnover, perché questo possa essere giudicato complessivamente qualcosa di più di un buon disco.
Tra gli episodi maggiormente convincenti citerei sicuramente la "viziosetta" fisicità di "Kings of Hollywood", la graziosa ballata acustica "Malice in Wonderland" e l'intensa "Up that hill" cantate rispettivamente dagli (almeno a me) sconosciuti Ez Gomer dei Jet Circus, Jamie Rowe dei Guardian e Josh Kramer dei Saint, mentre tra i nomi affermati, impossibile non menzionare la grandissima ugola di Russel Arcara, in vero "stato di grazia", conferire emozione all'eccellente impasto musicale di "State of grace", Oni Logan di fama Lynch Mob, contribuire con efficacia al sound "grungizzato" e agli spunti psichedelici di "Show me the way", Tony Harnell offrire un'altra incredibile prova di forza vocale nel poderoso clima "attualizzato" del numero denominato "Flinch", il gradito ritorno di un positivo Mark Slaughter (con l'aiuto di Pete Loran dei Trixter) sostenere da par suo l'accattivante "Thy will be done" o ancora il sempre eccellente Ted Poley illuminare di classe cristallina la melodia catalizzante di "Always tomorrow".
Gradevoli vibrazioni anche per la sinfonica "If the world could be mine" contrassegnata dalla particolare timbrica di Joe Cerisano di Silver Condor e Trans-Siberian Orchestra, per la brezza seventies che soffia in "Hope & pray (ballad of King David)" con Phil Naro dei Talas / Peter Criss Band nel ruolo di primo attore e per il pop energico di "Make Believe", dove è Mike Lee dei Barren Cross a vestire i panni del personaggio principale.
Un po' deludenti, invece, "Another nail" e "Killer grin" non troppo brillanti compositivamente e con un Sebastian Bach, nella prima, ed uno Stephen Pearcy dei Ratt (toh, chi si risente!), nella seconda, incapaci di risollevare da soli le sorti dei due brani e appena discreta è la radio-rock track "Sight unseen", che vede la presenza al microfono del popolare attore e cantante Leif Garrett, idolo adolescenziale negli anni settanta.
Sopra a tutto aleggia il messaggio "spirituale" e in qualche modo "apostolico" che i nostri vogliono diffondere tramite le loro note, ma credo che, anche senza probabilmente mantenere del tutto le promesse istigate da un cast così ricco, "Soundtrack of a soul" sia un prodotto adatto (escludendo magari il "sermoncino" contenuto nell'Outro) anche ai meno "devoti", a patto però che credano perlomeno nel potere "metafisico" della musica rock.
Recensione a cura di Marco Aimasso

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