Copertina 5

Info

Anno di uscita:2019
Durata:61 min.
Etichetta:InsideOut Music

Tracklist

  1. UNTETHERED ANGEL
  2. PARALYZED
  3. FALL INTO THE LIGHT
  4. BARSTOOL WARRIOR
  5. ROOM 137
  6. S2N
  7. AT WIT’S END
  8. OUT OF REACH
  9. PALE BLUE DOT
  10. VIPER KING (BONUS TRACK)

Line up

  • James LaBrie: vocals
  • John Petrucci: guitars
  • John Myung: bass
  • Jordan Rudess: keyboards
  • Mike Mangini: drums

Voto medio utenti

Cari amici di Metal.it, forse abbiamo trovato il peggior album dei Dream Theater di sempre. Mi spiace che sia toccato a me (quando si dice la fortuna, ndr) ma il mio pensiero - anche dopo numerosi ascolti - rimane immutato.

Partiamo dalle considerazioni oggettive: “Distance Over Time” è un lavoro essenziale (per quanto possa essere essenziale un disco marchiato Dream Theater) costituito da tracce mediamente brevi, estremamente guitar-oriented (Mr. Rudess spesso non suona nemmeno - e qui trova una spiegazione anche l’uscita quasi in contemporanea di un lavoro solista), che guarda smaccatamente al passato della band (nello specifico al periodo compreso tra “Six Degress…” e “Octavarium”) e mai al futuro. Insomma, siamo al cospetto del perfetto antagonista di “The Astonishing” (che, lo riconosco, ho apprezzato quantomeno per il coraggio e per l’ampio respiro del progetto).

Tutto è già stato scritto, già dalle prime note del full-length (anche da prima, se si pensa alle curiose vicende delle copertine dell’album e del singolo). “Untethered Angel” ci accoglie con il solito riff insipido, seguito dal solito attacco “cafone” supportato da un Mike Mangini mai così invadente. Neanche l’ombra di un’idea degna del nome Dream Theater. Cambia poco con la successiva “Paralyzed”, con Petrucci che cresce e cresce fino a sfociare nel nulla e con LaBrie costretto - ancora una volta - al ruolo di comprimario e a linee vocali che non valorizzano i suoi registri migliori. “Altro riff, altro regalo” per “Fall Into The Light”, ma ancora una volta non ci muoviamo di una virgola: tutta questa voglia di cattiveria - mutuata dal passato meno recente della band - non trova una giustificazione, così come l’intermezzo soft che sembra scritto da una band all’esordio.

Il raggio di luce si intitola “Barstool Warrior”: sono solo echi di Rush, Kansas ed ELP, è vero, ma da quel poco che ho davvero capito in “Distance Over Time” è importante sapersi accontentare. Per la prima volta si respira aria di un lavoro corale, bilanciato e ragionato, ma la fregatura è dietro l’angolo. “Room 137” ci riporta in una caverna buia e opprimente, con Rudess che prova - con poco successo - a farsi spazio in mezzo a un marasma di chitarre e voci filtrate. Per “S2N” il compito ingrato di cominciare è lasciato a John Myung. Nulla da segnalare se non l’ennesimo (e triste) copia/incolla a danno del repertorio della band, con un pizzico di guitar-hero(t)ismo che a Petrucci piace sempre e un breve momento di gloria di Rudess in coda.

Attacca “The Test That Stumped Them All”, solo che si intitola “At Wit’s End”. Deduco che non è il brano tratto da “6DOIT” perché la melodia è sensibilmente diversa e decisamente meno interessante. Il colpo di coda dal break pianistico in avanti non basta a risollevarne le sorti. L’immancabile ballad alla “Another Day” (stessi suoni e stesso arrangiamento, manca solo il sax) è stata battezzata “Out Of Reach”. L’inizio etereo di “Pale Blue Dot” fa ben sperare, ma bastano pochi (e sgraziati) colpi di Mangini a smorzare ogni entusiasmo. Dopo la solita sequela di esercizi ritmici da manuale del Berklee College Of Music, LaBrie prova a metterci una pezza, ma è troppo tardi dato che le stesse soluzioni le abbiamo già apprezzate (?) in “Systematic Chaos”.

La traccia bonus “Viper King” (immaginate “Ted The Mechanic” dei Deep Purple suonata dai Pantera) chiude coerentemente un album sorprendente nel senso più negativo del termine.

Come ho già avuto modo di condividere con i miei amici e colleghi del portale, nessuno si aspettava un nuovo “Images And Words”, ma nemmeno un disco fatto tanto per fare. L’asticella del progressive metal si è alzata moltissimo negli ultimi anni: sta ai Dream Theater dimostrare di essere ancora in grado di saltarla.

Recensione a cura di Gabriele Marangoni

Ultime opinioni dei lettori

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Ultimi commenti dei lettori

Inserito il 04 mar 2019 alle 20:09

Il mondo e' bello perche' e' mario. IMHO disco splendido, quasi clamoroso, mio personalissimo cardellino 8/10

Inserito il 03 mar 2019 alle 17:33

oddio quindi bisogna dare almeno la sufficienza a tutti i gruppi storici solo perchè hanno infuenzato ed ispirato un sacco di band a prescindere della qualità della loro musica attuale? che cagata

Inserito il 24 feb 2019 alle 10:41

5? Ai DREAM THEATER? Mi sembra esagerato. Ormai non seguo più tanto recensioni da tanti anni per dei voti e giudizi sinceramente parecchio bizzarri. Ricordo delle recensioni su Metal Shock dove si dava un pipistrello a dei album che poi sono stranamente diventati dei capolavori assoluti del genere (vedi l'esordio dei Death e tanti altri). Non è questo il caso perchè questo lavoro non è il peggiore ne tanto meno il migliore dei Dream Theater. Ma un 6 lo merita anche se fanno solo una scoreggia perchè se oggi esistono band che sembrano fenomeni lo devono a questi signori. Certamente il loro punto debole è sempre stato LaBrie che con le tonalità alte ha sempre fallito e i cori per coprire le sue lacune fanno ancora peggio. Ma strumentalmente signori miei ogni loro album è fonte di studio per tanti musicisti. Potevano fare un altro album con sonorità alla Pink Floyd con suoni tirati alla lunga, bending, legati e suoni acustici eterei ma sinceramente loro sono i Dream Theater non i Floyd.

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