Aborted Fetus - The Ancient Spirits of Decay

Copertina 5,5

Info

Anno di uscita:2018
Durata:48 min.
Etichetta:Comatose Music

Tracklist

  1. THE WIND OF AGONIZING SPIRITS (INTRO)
  2. EATEN BY PIGS IN THE TROUGH
  3. DRENCHED EYES IN BOILING OIL
  4. NAILED TO THE CROSS
  5. BEHEADED ON THE GUILLOTINE
  6. CRADLE OF REVULSION
  7. COLD LAKE OF THE SINNER
  8. FLAME OF DEATH
  9. RACK OF TORMENT
  10. ROASTED ALIVE IN THE COPPER BULL'S STOMACH
  11. GENITAL TORTURE BY THE ALLIGATOR TONGS
  12. IRON PETALS OF THE BLASPHEMER'S PEAR
  13. FOLLOW INTO THE DARKNESS

Line up

  • Alexander "Meatgrinder" Andreev: Vocals, Guitars
  • Sergey Shchapov: Bass
  • Sergey "Hammer" Kulakov: Drums
  • Igor Stafeev: Vocals

Voto medio utenti

La Russia, in questi giorni alla ribalta per i mondiali pallonari, è da tempo un paese fertile per il metal estremo, dal death al black passando per tutte le sfumature del caso.
Gli Aborted Fetus provengono da Perm, città a ridosso degli Urali, e sono attivi da più di un decennio con alle spalle una discreta discografia fatta di sonora brutalità condita con sanguinolente frattaglie assortite, di derivazione americana.

Con “The ancient spirit of decay” la band si è posta un traguardo ambizioso, ovvero quello di creare un lavoro dalla durata superiore ai 30 minuti, riuscendo ad infilare una sequenza di tredici canzoni tredici in cui si scorrono in sequenza le canoniche variazioni sul tema, dal midtempo a alla velocità più azzardata, dagli inserti melodici (v. “Flames of death” o l’inizio di “Genital torture of the alligator tongs” che chissà perché mi ha riportato alla mente vecchie cose degli Hypocrisy…) alla ruvidità spinta con l’onnipresente tremolo picking a farla da padrone.

Sfortuna vuole che il problema di questo cd risieda proprio nella sua canonicità, quarantotto minuti sono davvero tanti anche per un appassionato del genere come il sottoscritto abituato da decenni a queste sonorità, si fa letteralmente confusione nel ricordare dove si sono sentiti gli spunti interessanti che ogni tanto balzano all’attenzione e fanno sperare nella prosecuzione di qualcosa di eccitante e che invece riaffondano tristemente nella grigia normalità.

Peccato perché il quartetto non è poi così malvagio, ma rimane “vittima” della propria dispersione.
Forse era meglio rimanere ancorati alla tradizione degli album precedenti e puntare su un lavoro più compatto e meno dispersivo, fatto sta che “The ancient spirit of decay” non costituisce il lavoro con l’iniziale maiuscola per uscire dai confini dell’underground.

Ci si rivede fra due anni al prossimo giro di giostra?

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