Copertina 8,5

Info

Anno di uscita:2017
Durata:43 min.
Etichetta:Superball Music

Tracklist

  1. FIGHT SONG
  2. BASTION
  3. HOLD TOGETHER
  4. WILD WORLDS
  5. INTRAVENOUS
  6. CADENCE
  7. NO ATONEMENT
  8. BREAK OUR HEARTS DOWN
  9. FEVER
  10. UP TO THE NECK

Line up

  • Sammi Doll: keys, vocals
  • Jon Courtney: guitar, vocals

Voto medio utenti

Jon Courtney sarebbe londinese, ma da qualche anno vive a Berlino in seguito alla (troppo) breve carriera dei suoi bistrattati Pure Reason Revolution (minuto di silenzio, ndr). Anche Sammi Doll sarebbe inglese, ma a 4 anni già viveva a Los Angeles, prima di diventare una "giramondo" purosangue - con residenza sempre a Berlino - per seguire come tastierista dal vivo gli IAMX di Chris Corner.

Sarà stato un caso, destino o semplice fortuna, fatto sta che questi due artisti britannici si sono incontrati e hanno deciso di scrivere musica insieme con il monicker Bullet Height. E alla luce di questo "No Atonement" dovremmo tutti essergliene molto grati...

Non voglio illudere nessuno, ma le dieci tracce di questo full-length, a mio avviso, se non indicano il futuro del rock (ammesso che ne esista uno) poco ci manca. Prendete il Bowie di "Little Wonder" e le melodie dei sopraccitati Pure Reason Revolution e avrete l'introduttiva "Fight Song", ruvida come correttamente preannunciato dal titolo. "Bastion" proietta il riff di "Immigrant Song" nel nuovo millennio e fa il paio con la successiva "Hold Together", dal groove irresistibile e dal ritornello riuscitissimo. "Wild Worlds" è più ruffiana, una sorta di power ballad sintetica che prelude a "Intravenous", che con le sue ricchissime armonie vocali sembra presa direttamente da "Hammer And Anvil". Le sonorità si fanno più lisergiche con "Cadence", brano arrangiato magistralmente e in totale contrasto con la titletrack, marziale e dalle timbriche nuovamente ispirate a Bowie (ma stavolta mi viene in mente "Low"). "Break Our Hearts Down" fa intuire come suonerebbero dei Depeche Mode più coraggiosi, mentre "Fever" inizia come uno struggente lento piano/voce prima di esplodere in un magma sonoro a cavallo tra noise e industrial. La conclusiva "Up To The Neck" è progressiva nella forma ma mainstream nella sostanza, rende omaggio a Martin Gore e allo stesso tempo spinge all'headbanging. Incredibile.

Le nuove vie del rock, oggi come quaranta anni fa, passano da Berlino: disco sconsigliato a chi guarda sempre e solo al passato...

Recensione a cura di Gabriele Marangoni

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