Headspace - All That You Fear Is Gone

Copertina 9

Info

Anno di uscita:2016
Durata:73 min.
Etichetta:InsideOut

Tracklist

  1. ROAD TO SUPREMACY
  2. YOUR LIFE WILL CHANGE
  3. POLLUTED ALCOHOL
  4. KILL YOU WITH KINDNESS
  5. THE ELEMENT
  6. THE SCIENCE WITHIN US
  7. SEMAPHORE
  8. THE DEATH BELL
  9. THE DAY YOU RETURN
  10. ALL THAT YOU FEAR IS GONE
  11. BORDERS AND DAYS
  12. SECULAR SOULS

Line up

  • Damian Wilson: vocals
  • Pete Rinaldi: guitars, backing vocals
  • Adam Wakeman: keyboards, piano, backing vocals
  • Lee Pomeroy: bass, chapman stick, bass pedals
  • Adam Falkner: drums

Voto medio utenti

Gli Headspace avevano promesso un disco “da amare” e sono stati di parola. Ci sono voluti 4 anni di attesa (“galeotto” fu, probabilmente, il ritorno in pianta stabile di Damian Wilson nei Threshold) per ascoltare il successore di “I Am Anonymous” ma ne è assolutamente valsa la pena.

“All That You Fear Is Gone” è il secondo capitolo della trilogia concepita dal cantante, qui incentrata sull’incapacità del “gruppo” di controllare il “singolo” individuo, teoria (non originalissima) ben descritta dalle liriche del full-length. Personalmente ho trovato questo lavoro un gradino sopra al debutto del 2012, complice una maggiore “identità di gruppo” che si traduce in composizioni complesse ma equilibrate (sempre pregevole il lavoro in studio di Jens Bogren), con un Adam Wakeman in grande spolvero finalmente in grado di giocarsela alla pari con il chitarrista Pete Rinaldi.

“Road To Supremacy” comincia in punta di piedi, ma l’ugola d’oro di Wilson (da sempre estremamente sottovalutata) non si fa attendere, per un inizio deciso e ruvido al punto giusto. “Your Life Will Change” è un altro brano diretto, ma al contempo sfaccettato, con le tastiere di Wakeman in primo piano. “Polluted Alcohol” smorza i toni, con il suo incedere dettato dalla chitarra slide e dalla superba interpretazione del cantante. “Kill You With Kindness” è un altro brano “guitar-oriented” abbastanza tirato che ha comunque nei vari ed efficaci cambi d’atmosfera più di un motivo di interesse. La breve “The Element” prelude a “The Science Within Us”, 13 minuti “cervellotici” ma eleganti che alternano assoli, voci filtrate, stacchi dream-theateriani e intrecci vocali di memoria vintage. “Semaphore”, dalla disorientante introduzione pianistica, è un altro brano corale con un intermezzo da brividi. “The Death Bell” fa coppia con “The Element” per durata e intenzioni, ma presenta un inaspettato arrangiamento sinfonico. “The Day You Return” inizia soffusa per diventare l’ennesimo pugno nello stomaco e anticipa la titletrack, sostanzialmente acustica e dalle innegabili influenze Yes/Genesis negli arpeggi chitarristici. Il Rhodes di Wakeman ci accompagna nei territori più soft disegnati dalla band in “Borders And Days” prima della conclusiva “Secular Soul”, epica e dalle tinte cinematografiche, altri 10 minuti di classe allo stato puro che congedano definitivamente l’ascoltatore.

Il pedigree, soprattutto in musica, non sempre è sinonimo di qualità: il fatto che Wakeman sia “figlio d’arte” e abbia suonato con Ozzy Osbourne, il curriculum spaventoso di Wilson o le performance di Lee Pomeroy con star del calibro di Steve Hackett non necessariamente potevano garantire il successo del progetto. Quello che mi sento di dire è che gli Headspace sono, attualmente, il più fulgido esempio del mio ideale di progressive metal contemporaneo: studio approfondito delle fonti, rielaborazione creativa e “personale”, produzione massiccia e senso della misura (che si traduce nella capacità, non scontata, di lasciare spazio agli altri). Per me è “sì”.
Recensione a cura di Gabriele Marangoni

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