Copertina 6

Info

Anno di uscita:2014
Durata:46 min.
Etichetta:Inverse Records

Tracklist

  1. ANOMIC NATION
  2. THE LUSK LETTER
  3. THE CLAUSTROPHOBER
  4. DEAD BIRDS
  5. A SEED OF EVIL
  6. THE CARNIVAL
  7. MY MYSTERIES UNWIND – PART I
  8. MY MYSTERIES UNWIND – PART II

Line up

  • Carl M. Engstrøm: drums
  • Torgeir P. Krokfjord: guitars, bass
  • Eirik P. Krokfjord: vocals, keyboards
  • Andreas Wærholm: keyboards

Voto medio utenti

La descrizione di questo debutto dei Sarpedon, fatta dalla Inverse Records recita così:

"Imagine Dimebag Darrell reborn, falling from the sky onto a moving tank wearing green war paint underneath an opera phantom’s mask. This is a ride you’ll want to be on."

Contemporaneamente a questa vaccata di proporzioni inenarrabili (e tra poco vedremo perché), vantano (sempre a parer loro) influenze di Savatage, Nevermore, Symphony X, Emperor, e Queen.
Ora, io il disco l'ho ascoltato diverse volte e posso dire che qualcosina di questi gruppi effettivamente c'è, ma non hanno la classe dei Savatage, la botta dei Nevermore, la capacità strumentale dei Symphony X, il genio degli Emperor e... beh, i Queen non si toccano, non scherziamo.

Ma allora? Che c'è su 'sto disco?

Semplificando, potrei definirlo come un progressive metal che abbraccia cori, musica da operistica, metal moderno, una bella fetta di doom, sprazzi acustici, thrash... con tastiere a sottolineare certi passaggi.
Non è che venendo da Oslo, ettichettandosi come "progressive" e inglobando decine di influenze, possono automaticamente essere considerati dei geni. Ma soprattutto, perché citare Darrel quando non c'è assolutamente traccia del suo stile chitarristico, della sua classe, della sua inventiva? Pecché? Pecché?

Io ci sento un gran minestrone decadente condito con ogni ingrediente che capita sotto, con chitarre prive di feeling impegnate in assoli che sono sbrodagliate inutili, e basato per la maggior parte sulla piacevole voce Eirik P. Krokfjord. Il suo timbro, impostato, evocativo, declamatorio, è il fulcro della loro musica, ma in diverse occasioni prende delle discrete cantonate (The Lusk Letter è a tratti imbarazzante). Non nascondo che alcune canzoni (o alcune parti) siano piacevoli ma in generale c'è da aggiustare il tiro focalizzare meglio l'obiettivo, togliendo tutto quello che si mette di traverso tra una canzona decente ed un pezzo davvero buono. Non bastano 40/50 secondi di buona musica in un brano, per farne un buon brano.

Per ora la sufficienza provo a dargliela, perché comunque qualcosa di interessante c'è, anche se rimango in attesa di un miglioramento. Che non si azzardino più ad apparire con simili dichiarazioni però.

Recensione a cura di Francesco Frank Gozzi

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