Copertina 7

Info

Anno di uscita:2013
Durata:56 min.
Etichetta:Nuclear Blast

Tracklist

  1. MOUTHS OF MADNESS
  2. MARCHING DOGS OF WAR
  3. SILENT ONE
  4. NOMAD
  5. MOUNTAINS OF STEEL
  6. LEAVING IT ALL BEHIND
  7. LOVING HAND OF GOD
  8. WIZARD OF WAR
  9. SEE YOU ON THE OTHER SIDE

Line up

  • Theo Mindell: vocals
  • Mark Thomas Baker: guitar
  • Keith Nickel: bass
  • Carter Kennedy: drums

Voto medio utenti

Ecco il secondo full length degli Orchid, il primo che esce per Nuclear Blast. Il fatto che i doomsters di San Francisco siano entrati nel roster di una etichetta di un certo peso in questo ambito, è la prova della crescente reputazione maturata in meno di un lustro dalla formazione americana. Infatti qualcuno è arrivato a definirli i “moderni” Black Sabbath, ma questo oltre ad essere un paragone eccessivo è il vero nocciolo della questione. Si tratta di un buon gruppo, capace di comporre pezzi doom rock di ottima fattura, ma davvero molto derivativo.
Basta ascoltare la title track dell’album, per notare che tutto ci riporta al supercolosso britannico: i giri squadrati e tenebrosi, il groove mid-tempo, la patina settantiana, i sottili risvolti psichedelici e l’immancabile voce “ozziana” di Theo Mindell, sicuramente devoto a lavori come “Sabbath bloody sabbath” e “Sabotage”. Non che sia uno scandalo, figuriamoci, anche tenendo conto che vi sono cloni molto più scadenti, però vale il discorso fatto a suo tempo per gli Sheavy o altri simili: per godersi in pieno questo tipo di dischi bisogna continuamente ricordarsi che si tratta di una band contemporanea e non di una produzione settantiana “dimenticata” di Iommi e soci.
Detto ciò, si può meglio apprezzare la pioggia, i tuoni e l’armonica a bocca che compaiono in “Marching dogs of war” o il riff lugubre e cadenzato della lunga “Silent one”, proto-doom all’ennesima potenza. Tutti i pezzi sono diretti, perfettamente a fuoco, dai ritornelli ad ogni singolo assolo, dagli improvvisi cambi di passo all’atmosfera vagamente trasognata, segno che i californiani stanno crescendo sia nella tecnica strumentale che nella capacità di scrivere canzoni di qualità. Notare ad esempio l’intervento del piano nell’ispirata “Mountains of steel”, la scioltezza orecchiabile di “Leaving it all behind” simile all’Osbourne solista, il tiro secco e compatto in “Wizard of war” già sentita nell’Ep uscito poco tempo fa, ed il gran finale “See you on the other side” dove c’è tutto quello che dovrebbe piacere agli amanti del genere, compreso l’inserto acustico e drammatico con relativa ripartenza bombastica.
Probabilmente se gli Orchid provassero a staccarsi maggiormente dal loro modello agguanterebbero quel pizzico di personalità che ancora manca, ma il rischio è quello di snaturare la propria attitudine totalmente sabbath-iana. Perciò ascoltiamoli così come sono, con un lavoro che tutto sommato riesce perfino ad esprimere una certa freschezza d’idee.

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