Copertina 6,5

Info

Genere:Heavy Metal
Anno di uscita:2011
Durata:58 min.
Etichetta:Drop Down

Tracklist

  1. WAR MORNING 2.12
  2. ANOTHER HEART TO HURT
  3. FACTORY OF ENEMIES
  4. 12 WINGS
  5. RORSCHACH
  6. VIDEODROME
  7. DEEP IN THE HUMAN SOUL
  8. BLESSED IS THE PAIN (MONSOON)
  9. DEATH IS PORNOGRAPHY
  10. HOW MANY BULLETS

Line up

  • Alessandro Manaigo: vocals
  • Matteo Magri: guitar
  • Gianluca Magri: guitar
  • Stefano Salvagni: bass
  • Giovanni "Joe" Constantini: drums

Voto medio utenti

Arrivare da Cortina d’Ampezzo non è di certo una cosa usuale per una band metal, ma i Phaith di certo non hanno bisogno di questa nota a margine per cercare di colpire l’ascoltatore. Fautori di un metal incazzoso, dalle tematiche politiche e sociali, i nostri ce la mettono tutta per lasciare il segno nelle nostre orecchie, forti anche di un artwork curato e di una produzione azzeccata. All’interno di questo primo full length dal titolo “Redrumorder” prendono dunque piede dieci composizioni (purtroppo la tracklist del cd non corrisponde, almeno nella mia copia, a quella stampata, per cui ho fatto non poca fatica ad ascoltare il disco cercando di seguire l’ordine ‘corretto’, saltando qua e là), in cui la voce incazzosa e carica di grinta di Alessandro ci aggredisce su un background musicale che tanto mi ha ricordato i primi Maiden, immaginate una sorta di Paul Di’Anno ancora più brutto, sporco e cattivo di quanto sia!

La stampa locale non ha perso occasione per lodare questo “Redrumorder”, che devo ammettere essere costruito (anche dal punto di vista pubblicitario) in maniera azzeccata e ruffiana. La presenza di brani convincenti come “How Many Bullets” (nel mio cd è la track #2, sulla lista ufficiale è l’ultima!) o l’opener “War Morning 2.12” ci danno la perfetta dimensione di una band che tenta con tutti i mezzi a sua disposizione di costruirsi una personalità ben definita, evitando di assomigliare troppo a questo o quel combo. E sembra proprio che stavolta ci siano le idee, e la voglia di impegnarsi seriamente a costruire qualcosa di personale, anche se devo ammettere che l’album ha il difetto di suonare un po’ troppo ridondante, con dieci tracks mediamente tutte valide, ma un filo troppo simili l’una all’altra, avendo come risultato quello di farti arrivare un po’ a fatica alla conclusione del medesimo. L’uso di un click in studio, ed un lavoro un po’ più di cesello sugli arrangiamenti dei brani (gli arrangiamenti, gli arrangiamenti! Sono anni che lo vado predicando: puoi avere sottomano i migliori pezzi mai scritti, ma un arrangiamento approssimativo è in grado di rovinare tutto) potrebbero far fare ai Phaith il famoso salto di qualità. Per il momento, “Redrumorder” si attesta come un ascolto interessante per chi voglia scoprire una band italiana, giovane ma di sicuro inusuale e potenzialmente molto interessante.
Recensione a cura di Pippo ′Sbranf′ Marino

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